venerdì 17 dicembre 2010

Orazio, Satira I, 9

Il Natale ha già rotto prima di cominciare. Anche se in genere amo il Natale. Mi piace fare i regali alle persone a cui voglio bene, salutare qualche parente (domani primo pranzo con famiglia al completo, per la prima volta senza Amelia) e fare qualche incontro con persone che non vedo spesso. Ma qualche, non il mondo intero; soprattutto non le persone che non sopporto, o di cui non mi importa granché dato che comunque le conosco poco. Questo no. E non è perché sono cattivo; è solo che se passo tutto l'anno a pensare che mi stai sul culo, non vedo perché a dicembre ti devo sorridere e abbracciare. Saluto per cortesia, al limite biascico un auguri, ma niente di più. E con una bella faccia falsa, perchè simulare è un'arte che con certe persone mi riesce proprio da dio. Se ti piacciono tanto le pallette colorate, festeggia le pallette colorate, ma non la bontà degli esseri umani, specie se per tutto il resto del tempo inveisci contro negri, zingari e albanesi. Un minimo di coerenza, cazzo.

Anche per questo, tornando da scuola oggi pomeriggio dopo le tre, sotto una neve minuta ma instancabile (la prima vera, quella che attacca e fa lo strato di ghiaccio bastardo, sotto), ho deciso di andare a trovare nonna al cimitero poco distante da casa. Non Amelia, l'altra. Iride. Quella friulana, testa da portone, a volte insopportabile, che mi parlava della sua vita difficile. Lei orfana di padre, la sua lotta contro il freddo gelido nella casa di Fagagna; le passeggiate emozionanti da giovane, mentre nevicava in corso Vinzaglio in centro a Torino, cuoca in una casa dell'alta borghesia sabauda... "Che belli i portici di via Roma, Michi... sapessi com'erano belli..." "Lo so, nonna, lo so... sono ancora belli" :)  Con i piedi  nelle mie solite adidas, mezzi ibernati e quasi completamente dentro la coltre soffice, guardavo la foto di lei e del nonno sorridenti, e li pensavo entrambi lì sotto al freddo. Un colpo d'aria siberiana che fa quasi male, la neve più forte che mi fa socchiudere gli occhi: rivedo il Sergente intabarrato che porta i suoi soldati lontano da Nikolaevka, via a baita; e poi a passeggio da solo, tanti anni dopo, sempre in inverno, tra lo Zebio, e l'Ortigara... quel monte maledetto dove il padre di mia nonna aveva trovato la morte in un'altra guerra, più antica ma non meno tremenda. Anche il Sergente, come nonna, riposa ora; in Altopiano, sì, ma sotto la stessa neve; e un mezzo sorriso mi evita la paresi causa freddo pungente.

Ecco, insomma.
Non ho niente contro il Natale in sé, ma non si possono festeggiare queste benedette feste con un po' meno smania? Non si potrebbe stare un po' più in silenzio ad ascoltare l'odore dell'aria quando nevica? Ne farei anche uno al mese, di Natale, se solo fosse meno glamour e più sostanza. Altrimenti abbiamo già Italia uno e Studio aperto.

Ho appena imparato il significato più raro di glamour. Si tratta sempre di "apparenza", ma nel genere fantastico con glamour si intende anche una magia che ti permette di dissimulare la tua vera essenza. Per esempio grazie al glamour le fate sembrano giovani per sempre, mentre in realtà - avendo un sacco di secoli alle spalle - sono delle vecchiacce bacucche.
Che io sia un po' glamour? Davvero darò l'impressione di vivere in una costante telenovela, come ieri mi diceva un'amica vera? Povero me, c'è da lavorare ancora parecchio, mi sa. In ogni caso il pandoro e il recioto (e tutto il resto!) me li gusterò volentieri anche quest'anno. Si sa, quando si tratta di mangiare divento meno cagacazzi.


Aprile 2010, a casa con nonna Iride

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