Natale è passato, e con lui tutte le cerimonie più o meno pagane ad esso legate. A me ha lasciato un discreto mal di stomaco, condito con influenza, ma c’è un lato positivo: mai come negli ultimi quattro giorni, dopo un mese d’inferno a scuola, ho fatto una full immersion così poderosa nel cinema, tra l’altro standomene comodamente nel lettone. E forse è meglio se mi calmo un po’, questa bulimia cinefila non vorrei arrecasse danni, maledizione!
Oggi, per dire, sono passato da una Catherine Deneuve che passeggia in preda all’ansia sui ponti e le strade di Londra, a due giovani argentini in sella ad una motocicletta in un lunghissimo viaggio per l’America Latina, per chiudere (forse) con Belmondo e la Seberg tra gli Champs-Élysées e una camera d’albergo. Ero curioso, in quest’ultimo caso, di vedere cosa significasse trovare uniti in uno stesso progetto tre colonne del cinema francese (Godard-regia, Truffaut-soggetto, Chabrol-scenografia), ma non solo. Avevo voglia di tornare in Europa, dopo essermi perso per più di due ore tra Argentina, Cile e Perù; credo che però in un futuro non troppo lontano ci andrò realmente laggiù, e sono certo che mio fratello saprà darmi più di qualche dritta.
E’ meglio se mi calmo, dicevo.
Sì.
E’ bellissimo guardare tanti film, ma dopo mezza settimana con una media di 2-3 film al giorno devo anche dire che l’ho trovato non appagante quanto avrei voluto, in qualche occasione. Appagamento e condivisione hanno quasi sempre corso su due binari paralleli nella mia vita, e l’hobby del cinema non fa eccezione, temo. Per questo leggere da solo le recensioni o le classifiche su “cinepatici” o altri siti, con gli interventi del nerd di turno, senza avere al mio fianco una o più presenze reali con cui parlarne, alla lunga mi stanca.
Uh: una cosa che non c’entra una Eva con quanto scritto finora, ma che trovo importante come obiettivo per il prossimo anno: volare meno in alto con le mie aspettative sul prossimo, e al contempo dare maggiore fiducia alle persone a cui voglio bene. E’ difficile, lo è sempre stato per me, non essendo uno che spacca le montagne quanto ad autostima. Però mi sto rendendo conto che se non lo faccio con convinzione scavo la fossa a me stesso, prima ancora che ai rapporti che voglio coltivare. Alle volte mi sento solo come un cane; eppure sono abbastanza sereno; non felice (non sia mai), ma so perfettamente di esserlo stato per qualche momento, anche di recente, e che potrò esserlo ancora, nei modi più svariati. Sono stanco di preoccuparmi del dolore che potrei eventualmente subire in caso di fiducia tradita, stanco di cadere nei soliti schemi triti della gelosia, che per quanto possa avere motivazioni fondate, per quanto non conosciamo quasi mai fino in fondo le reali intenzioni, preoccupazioni, debolezze, ossessioni del prossimo, costituisce sempre e comunque un’indebita invasione di campo. E’ una regola vecchia quanto il mondo che la persona a cui si vuole bene, presto o tardi, in modo più o meno grave, con conseguenze più o meno dolorose, ci deluderà o (peggio) tradirà la nostra fiducia. Così come è sano che due persone che si vogliono anche molto bene non si dicano mai tutto tutto. Sarebbe da ebeti ritenere il contrario, o da ingenui sognatori. Ciò che voglio dire è che sarebbe sciocco rinunciare a qualcosa di potenzialmente molto prezioso per paura di soffrire o per mancanza di fiducia. E’ chiaro che la fiducia cieca è un male altrettanto pericoloso e (troppo spesso) dannoso. Cerco, come al solito, una fottuta via di mezzo tra estremi, che in questo campo (uno dei pochi) è l’unica medicina efficace. Ci voglio provare per davvero; a 31 anni suonati forse è anche ora. O forse l’età, pensandoci bene, non c’entra un beneamato.