domenica 26 dicembre 2010

Natale, cinema e buoni propositi

Natale è passato, e con lui tutte le cerimonie più o meno pagane ad esso legate. A me ha lasciato un discreto mal di stomaco, condito con influenza, ma c’è un lato positivo: mai come negli ultimi quattro giorni, dopo un mese d’inferno a scuola, ho fatto una full immersion così poderosa nel cinema, tra l’altro standomene comodamente nel lettone.  E forse è meglio se mi calmo un po’, questa bulimia cinefila non vorrei arrecasse danni, maledizione!
Oggi, per dire, sono passato da una Catherine Deneuve che passeggia in preda all’ansia sui ponti e le strade di Londra, a due giovani argentini in sella ad una motocicletta in un lunghissimo viaggio per l’America Latina, per chiudere (forse) con Belmondo e la Seberg tra gli Champs-Élysées e una camera d’albergo. Ero curioso, in quest’ultimo caso, di vedere cosa significasse trovare uniti in uno stesso progetto tre colonne del cinema francese (Godard-regia, Truffaut-soggetto, Chabrol-scenografia), ma non solo. Avevo voglia di tornare in Europa, dopo essermi perso per più di due ore tra Argentina, Cile e Perù; credo che però in un futuro non troppo lontano ci andrò realmente laggiù, e sono certo che mio fratello saprà darmi più di qualche dritta.

E’ meglio se mi calmo, dicevo.
Sì.
E’ bellissimo guardare tanti film, ma dopo mezza settimana con una media di 2-3 film al giorno devo anche dire che l’ho trovato non appagante quanto avrei voluto, in qualche occasione. Appagamento e condivisione hanno quasi sempre corso su due binari paralleli nella mia vita, e l’hobby del cinema non fa eccezione, temo. Per questo leggere da solo le recensioni o le classifiche su “cinepatici” o altri siti, con gli interventi del nerd di turno, senza avere al mio fianco una o più presenze reali con cui parlarne, alla lunga mi stanca.
Uh: una cosa che non c’entra una Eva con quanto scritto finora, ma che trovo importante come obiettivo per il prossimo anno: volare meno in alto con le mie aspettative sul prossimo, e al contempo dare maggiore fiducia alle persone a cui voglio bene. E’ difficile, lo è sempre stato per me, non essendo uno che spacca le montagne quanto ad autostima. Però mi sto rendendo conto che se non lo faccio con convinzione scavo la fossa a me stesso, prima ancora che ai rapporti che voglio coltivare. Alle volte mi sento solo come un cane; eppure sono abbastanza sereno; non felice (non sia mai), ma so perfettamente di esserlo stato per qualche momento, anche di recente, e che potrò esserlo ancora, nei modi più svariati. Sono stanco di preoccuparmi del dolore che potrei eventualmente subire in caso di fiducia tradita, stanco di cadere nei soliti schemi triti della gelosia, che per quanto possa avere motivazioni fondate, per quanto non conosciamo quasi mai fino in fondo le reali intenzioni, preoccupazioni, debolezze, ossessioni del prossimo, costituisce sempre e comunque un’indebita invasione di campo. E’ una regola vecchia quanto il mondo che la persona a cui si vuole bene, presto o tardi, in modo più o meno grave, con conseguenze più o meno dolorose, ci deluderà o (peggio) tradirà la nostra fiducia.  Così come è sano che due persone che si vogliono anche molto bene non si dicano mai tutto tutto. Sarebbe da ebeti ritenere il contrario, o da ingenui sognatori. Ciò che voglio dire è che sarebbe sciocco rinunciare a qualcosa di potenzialmente molto prezioso per paura di soffrire o per mancanza di fiducia. E’ chiaro che la fiducia cieca è un male altrettanto pericoloso e (troppo spesso) dannoso. Cerco, come al solito, una fottuta via di mezzo tra estremi, che in questo campo (uno dei pochi) è l’unica medicina efficace. Ci voglio provare per davvero; a 31 anni suonati forse è anche ora. O forse l’età, pensandoci bene, non c’entra un beneamato.

venerdì 17 dicembre 2010

Orazio, Satira I, 9

Il Natale ha già rotto prima di cominciare. Anche se in genere amo il Natale. Mi piace fare i regali alle persone a cui voglio bene, salutare qualche parente (domani primo pranzo con famiglia al completo, per la prima volta senza Amelia) e fare qualche incontro con persone che non vedo spesso. Ma qualche, non il mondo intero; soprattutto non le persone che non sopporto, o di cui non mi importa granché dato che comunque le conosco poco. Questo no. E non è perché sono cattivo; è solo che se passo tutto l'anno a pensare che mi stai sul culo, non vedo perché a dicembre ti devo sorridere e abbracciare. Saluto per cortesia, al limite biascico un auguri, ma niente di più. E con una bella faccia falsa, perchè simulare è un'arte che con certe persone mi riesce proprio da dio. Se ti piacciono tanto le pallette colorate, festeggia le pallette colorate, ma non la bontà degli esseri umani, specie se per tutto il resto del tempo inveisci contro negri, zingari e albanesi. Un minimo di coerenza, cazzo.

Anche per questo, tornando da scuola oggi pomeriggio dopo le tre, sotto una neve minuta ma instancabile (la prima vera, quella che attacca e fa lo strato di ghiaccio bastardo, sotto), ho deciso di andare a trovare nonna al cimitero poco distante da casa. Non Amelia, l'altra. Iride. Quella friulana, testa da portone, a volte insopportabile, che mi parlava della sua vita difficile. Lei orfana di padre, la sua lotta contro il freddo gelido nella casa di Fagagna; le passeggiate emozionanti da giovane, mentre nevicava in corso Vinzaglio in centro a Torino, cuoca in una casa dell'alta borghesia sabauda... "Che belli i portici di via Roma, Michi... sapessi com'erano belli..." "Lo so, nonna, lo so... sono ancora belli" :)  Con i piedi  nelle mie solite adidas, mezzi ibernati e quasi completamente dentro la coltre soffice, guardavo la foto di lei e del nonno sorridenti, e li pensavo entrambi lì sotto al freddo. Un colpo d'aria siberiana che fa quasi male, la neve più forte che mi fa socchiudere gli occhi: rivedo il Sergente intabarrato che porta i suoi soldati lontano da Nikolaevka, via a baita; e poi a passeggio da solo, tanti anni dopo, sempre in inverno, tra lo Zebio, e l'Ortigara... quel monte maledetto dove il padre di mia nonna aveva trovato la morte in un'altra guerra, più antica ma non meno tremenda. Anche il Sergente, come nonna, riposa ora; in Altopiano, sì, ma sotto la stessa neve; e un mezzo sorriso mi evita la paresi causa freddo pungente.

Ecco, insomma.
Non ho niente contro il Natale in sé, ma non si possono festeggiare queste benedette feste con un po' meno smania? Non si potrebbe stare un po' più in silenzio ad ascoltare l'odore dell'aria quando nevica? Ne farei anche uno al mese, di Natale, se solo fosse meno glamour e più sostanza. Altrimenti abbiamo già Italia uno e Studio aperto.

Ho appena imparato il significato più raro di glamour. Si tratta sempre di "apparenza", ma nel genere fantastico con glamour si intende anche una magia che ti permette di dissimulare la tua vera essenza. Per esempio grazie al glamour le fate sembrano giovani per sempre, mentre in realtà - avendo un sacco di secoli alle spalle - sono delle vecchiacce bacucche.
Che io sia un po' glamour? Davvero darò l'impressione di vivere in una costante telenovela, come ieri mi diceva un'amica vera? Povero me, c'è da lavorare ancora parecchio, mi sa. In ogni caso il pandoro e il recioto (e tutto il resto!) me li gusterò volentieri anche quest'anno. Si sa, quando si tratta di mangiare divento meno cagacazzi.


Aprile 2010, a casa con nonna Iride